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FARE BRECCIA NELL'ETICA PDF
Wednesday 16 November 2005
Voci per un altro vocabolario
Cristian Lo Iacono
(documento presentato al Primo incontro nazionale su laicità

e autodeterminazione, Bologna 12-13 novembre 2005)

Note preliminari
1) Il nostro movimento - Facciamo breccia! - parte dalla constatazione che l'etica religiosa, e in particolare quella elaborata dalla Chiesa cattolica, sia dichiarata, o tacitamente accettata, come l'unico "sistema di valori" legittimo, mentre tutti gli altri sono descritti o come totalmente estranei all'orizzonte etico, oppure come portatori di "valori" negativi (dal punto di vista cattolico il relativismo è uno di questi). Da un lato, la filosofia sta solo lentamente riscoprendo che non può più limitarsi a porre delle domande, mettere in crisi le certezze costituite, denaturalizzare la realtà. Ma è un lavoro che è da poco ricominciato e che non ha quasi alcuna rilevanza o autorevolezza pubblica. Dall'altro lato, la politica ufficiale tende ad accentuare il suo aspetto di gestione amministrativa dei rapporti tra cittadini (governance), ridotti nuovamente a bourgeois, al loro particolare, e non trova più una legittimazione in sé stessa, o nelle proprie "utopie" (socialismo, stato sociale, civiltà borghese, nazionalismo). Intanto, qualcuno paventa lo scontro fra civiltà, nascondendo il problema reale, che è quello della mancanza di giustificazione morale per la nostra civiltà globale, unificata sotto il segno del dominio, dello sfruttamento e del trasferimento sui più deboli degli effetti distruttivi del capitalismo.
2) La "pubblica opinione" non è più un elemento rivoluzionario della vita pubblica (come per Kant), nell'epoca in cui le idee si formano sulla base di un flusso gigantesco di informazioni pilotate, tanto che l'informazione sembra aumentare anziché ridurre l'incertezza. Anzi, l'opinione pubblica, la "gente" è diventata un "muro di gomma" ignorante ("opinione di gomma"), che respinge tutte le diversità, gli sforzi di innovazione, di creatività, riaccettandoli solo se hanno ricevuto l'etichetta col prezzo nel mercato delle merci.
3) In quest'epoca in cui i soggetti eccentrici si trovano nel guado, fra le "vecchie" promesse postmoderne di dissoluzione dell'identità e le "nuove" sirene di una restaurata identità forte, sia etnica o religiosa, il bisogno è quello di un'inversione di tendenza, in direzione di una nuova positività, quella positività etica e politica alla quale avevano rinunciato, vuoi perché la ragione non tollerava l'orrore nascosto dietro ogni voce che ti dice "tu devi", vuoi perché avevano smascherato l'etica e la morale nella loro parzialità e complicità con l'esistente. Ma questa rinuncia, legittima, fatta in nome del criticismo, ma unilaterale, sta indebolendo il pensiero razionale e "laico" e sta lasciando imperversare il "delirio della presunzione" (Hegel) di chi da due millenni dice di avere la verità in tasca. Si diffondono in tutto il mondo ideologie religiose oscurantiste e aggressive che predicano la restaurazione di una società patriarcale e bigotta.
4) Per elaborare la nostra etica, però, noi non partiamo da zero, né da una posizione di esteriorità, ma abbiamo da valorizzare quello che già siamo, quello che già facciamo, dandogli un certo grado di astrazione. Per descrivere questa situazione potremmo dire che si tratta di rendere esplicito e consapevole ciò che è implicito e inconsapevole: l'aspetto "normativo" delle nostre forme di vita. Detta ancora altrimenti: dobbiamo sollevare le nostre pratiche - nella misura in cui queste si discostano da quelle dominanti - dall'ambito della "morale individuale" a quello etico generale, rivendicando il loro contenuto etico-politico.
5) Ma, appunto, in che misura esse si discostano dalle "normali" (vigenti) maniere di condurre le relazioni con gli altri, in che misura prefigurano una società diversa? In questo scarto, se saremo in grado di trovarlo, si trova il carattere eticamente positivo del nostro essere.
6) Io proverò ad isolare alcune dimensioni etiche già esistenti operativamente all'interno delle nostre forme di vita, e che si tratta di tematizzare in concetti, senza pretendere che esse siano solo in noi e non in altri/e, e senza nascondere che noi siamo altrettanto capaci, purtroppo, di riprodurre comportamenti che contraddicono queste tendenze. Ne può risultare un Vocabolario, uno strumento per articolare discorsivamente le nostre lotte. Un vocabolario è per definizione un'opera aperta: nuove voci possono essere aggiunte, quelle esistenti possono essere arricchite, nuovi soggetti possono partecipare alla sua scrittura.
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Autodeterminazione. Il principio dell'autodeterminazione è la chiave di volta di tutto il nostro vocabolario. In termini filosofici si intende che il soggetto pone una negatività in se stesso, pone quindi se stesso come negatività. Determinare significa infatti negare. Questo movimento negativo (detto di passaggio, dovremmo imparare anche a liberare l'aggettivo "negativo" del connotato di "cattivo"), è la fonte stessa della soggettivazione. In termini politici, autodeterminazione significa che un soggetto (individuale o collettivo) decide autonomamente di se stesso. In termini etici si potrebbe riassumere questo concetto nel principio che "l'ultima parola su di me spetta, in ultima istanza, a me stesso". Siamo, in definitiva di fronte al cardine stesso di tutto ciò che finora ha significato la parola "moderno". Ma a differenza del concetto di autonomia, quello di autodeterminazione, proprio per il suo carattere "limitativo" e negativo, chiama direttamente in causa la condizione essenziale per la vita del soggetto, ovvero un contesto sociale entro cui esso possa vivere. In questo senso potremmo parlare di autodeterminazione nel riconoscimento, perché tale diritto all'ultima parola su di sé, purtroppo può essere anche misconosciuto. Anzi, può essere misconosciuto dal soggetto stesso, e questo rende fondamentale il legame sociale perché si inneschi qualsiasi dinamica di autodeterminazione.

Complessità. La recente battaglia sulle pma ha messo in luce che i nostri avversari sono esattamente quelli che hanno paura di questa parola. Donne e uomini possono oggi trovarsi sole|i o in una coppia, o anche in forme di vita in comune altre dalla coppia. La "realtà sociale" forse mai come oggi, è il luogo di molteplici configurazioni della genitorialità, della convivenza, della famiglia, del rapporto filiale. Ancora, l'esperienza transgender ci insegna che possiamo vivere anche assumendoci la non definitività della nostra identità di genere, e che quindi la complessità è un elemento costitutivo dell'io, del suo carattere storico. In un momento in cui non possiamo essere ottimisti/e su tantissimi aspetti che fanno la nostra vita e tante prospettive che disegnano il nostro futuro, la fiducia nella complessità del sociale, nella ricchezza e molteplicità delle forme di vita collettive e individuali deve essere la nostra bandiera.

Credito, fiducia. La diversità sessuale, l'omosessualità e in particolare il transessualismo, mi mettono di fronte all'esigenza di dare credito, di aver fede in chi mi sta di fronte. Innanzitutto si tratta di dare credito a quello che l'altro e l'altra dice di se stesso o se stessa, ascoltare, essere disposto a vedere quello che non si vede, che ancora non è presente. Cosa è più inaccettabile, se non si crede all'altro, del fatto che questi dica di sentirsi, o addirittura di essere, l'opposto di quello che vedo (opposizione che mi hanno insegnato come criterio per suddividere il mondo intero), visto che l'opposizione sessuale è la prima che impariamo, la prima ad essere inflitta sulla nostra carne e sul nostro nome? Tutti i poteri, religioso, politico, ideologico, psichiatrico, ma anche il discorso "critico", si sono sempre arrogati il privilegio di saperla più lunga di me, di sapere davvero quello che io sono e io voglio. Il potere, per come l'abbiamo esperito noi, è sempre stato qualcosa che non crede in quello che diciamo e che si fonda su questo assunto per correggerci. Solo nel ghetto abbiamo trovato chi credeva in noi, e in noi si riconosceva, dicendoci: "io sono come te".

Differenza. "Dopo tutto - diceva la teorica femminista Trinh Minh-ha negli anni ottanta - lei è l'Altro Inappropriato (Inappropriate/d Other) che si sposta continuamente, facendo sempre almeno due/quattro mosse: quella di affermare "io sono come te" mentre insistentemente mette in rilievo la [sua] differenza; quello di ricordare "io sono differente" mentre sconvolge ogni definizione di alterità finora acquisita". Oltre al piacere inconfessabile del non lasciarsi mai prendere, del deludere sempre le aspettative dell'interlocutore, questa proposizione è radicalmente dialettica, antagonista, sovversiva. Pensiamo a cosa significa sul piano giuridico: significa che non intendiamo incasellarci una volta per tutte, né in un programma di integrazione totale, né in un programma neosegregazionista. - "Ma cosa vuoi allora?!" ci chiederà isterico…papà. Riassumendo potremmo dire che siamo per un'etica dell'uguaglianza nella diversità e della diversità nell'uguaglianza.

Dominio (consapevolezza del,). Le nostre esperienze personali e le nostre pratiche politiche hanno evidenziato quanto fosse riduttivo vedere il potere e il dominio tutto in un soggetto e l'oppressione tutto in un altro. Per esempio, le lesbiche hanno denunciato pratiche di esclusione all'interno dei discorsi delle donne, i/le trans* hanno sollevato il problema di quanto sia escludente il binarismo (omo)sessuale. Si possono aggiungere le differenze di classe, razziali, ecc, La moltiplicazione produttiva delle contraddizioni consiste nell'affermare, e onestamente constatare che tutt* siamo di volta in volta e contestualmente alla nostra posizione di soggetto, su base differenziale e non ontologica, potenziali portatori e portatrici di dominio e dominazione, siamo assoggettatici e assoggettate, sfruttatori e sfruttate. Elaborare queste esperienze potrebbe condurre, sul piano etico, ad una maggiore attenzione e una maggiore "modestia" nel rapportarci agli altri, a una seria riflessione sulla violenza.

Esposizione. Le pratiche che hanno politicizzato sfere dell'esistenza un tempo relegate nel "privato" si sono caratterizzate in primo luogo come "venir fuori" (coming out): fuori dal ghetto, fuori dall'armadio, fuori dal focolare domestico. Il fatto di esporsi in prima persona, senza delega, col proprio corpo, di affrontare con coraggio contesti sociali respingenti (a partire dalla famiglia, dal mondo del lavoro ecc.), almeno fino ad un certo punto della storia e in certi luoghi, è una caratteristica del nostro agire sociale. Le pratiche di "visibilità", di "presa di parola" - per quanto ambiguamente legate ad alcune dinamiche del potere (Foucault) - rientrano nel concetto di esposizione, che però non si riduce ad esse. L'esposizione è connessa con la dimensione etica della responsabilità e al rifiuto di un modello ipocrita di società della doppia morale.

Laicità. La parola laicità si precisa solo in relazione ad un'altra parola, clero. Per quanto ci si sforzerà di pensarla in positivo essa conterrà sempre un rimando a ciò che laico non è: il clericale. Secondo alcuni/e, laico sarebbe sinonimo di "equidistante" da tutto, neutro. Sembra stia emergendo una concezione "procedurale" della laicità, nel senso che questo concetto non possiederebbe una sostanza sua propria, ma farebbe da griglia alle diverse concezioni che convivono sulla scena pubblica (un sinonimo di democrazia). A me sembra che esso debba continuare a significare "non clericale" (lo stato è laico rispetto alle diverse confessioni religiose), e che quindi debba contenere in sé anche una specifica sostanza normativa, che rimanda direttamente al principio dell'autodeterminazione come principio antiautoritario. Proprio per il fatto di formarsi (sempre, in qualche misura) contro i dettami dell'autorità e delle norme sociali, le diversità sessuali indubbiamente vivono meglio in un contesto "laico", post-tradizionale.

Modestia. È necessario, dicevo, elaborare, tematizzare, descrivere un'etica positiva che ci renda fieri/e di quello che siamo. Allo stesso tempo, però, per la nostra stessa costituzione, si tratterà di un'etica per "testimoni modesti" (Haraway), non per agguerriti crociati. Le risorse della critica totale serviranno a limitare insite in ogni etica. le pretese totalizzanti. Siamo pur sempre, tra chi "è sfuggito per caso" al massacro "e di norma avrebbe dovuto essere liquidato" (Adorno). Per questi motivi abbiamo le risorse, da non considerare ovvie, per elaborare dei modelli di convivenza sociale non centrati sull'adesione a modelli di società fondati sull'aggressione, la conquista di nuovi territori, la conversione, ecc. Eppure sappiamo che tutto ciò non basta per non essere anche noi dei massacratori. È necessaria una continua vigilanza.

Orgoglio. Il concetto di orgoglio non deve essere sinonimo di protervia. Almeno non nel nostro caso. Il nostro è l'orgoglio dell'umanità lesa, che resiste e lotta, non quello dell'arrogante sicurezza di sé di chi l'ha sempre avuta vinta. Il nome di "Pride" proviene dal "black pride", che gli afroamericani usavano durante il periodo delle lotte per i diritti civili. Il movimento che oggi si chiama glbtq lo ha mutuato da loro. Rivalorizzarlo in questo senso, e nel senso che siamo fieri/e di quello che siamo, perché per noi nulla era promesso in anticipo è profondamente etico, perché richiama al concetto della responsabilità per quello che si è. (' Modestia).

Riappropriazione. I movimenti femministi, omosessuali e transgender hanno storicamente modulato le loro battaglie in termini di una volontà di riappropriazione (di qualcosa che sarebbe stato espropriato). Lo stesso modello è stato usato dal movimento operaio, e da numerosi altri movimenti politici. Ma la riflessione più recente, in particolare quella femminista, nega che ci sia un "io reale" di cui riappropriarsi e sottolinea il suo carattere discorsivo, "narrativo". In realtà ci appropriamo di qualcosa che non abbiamo mai avuto, che prima non possedevamo. La logica della riappropriazione - cara alla teoria umanistica dell'alienazione - è dislocata. Il soggetto "espropriato" non si riappropria di un'essenza, poiché non esiste essenza. Non c'è alla fine della lotta un "vero sé" da riconquistare, da riscattare. Tale assenza di appropriabilità/appropriatezza, tale impossibilità di un adeguamento ultimo del sé alla propria immagine decodifica e "smaschera" ogni ideologia dell'autenticità (di moda nel discorso politico, mediatico e anche commerciale).

Riconoscimento. Le riflessioni sul riconoscimento intersoggettivo e sociale sono sempre più in crescita nell'attuale dibattito filosofico e politico, ovviamente non quello "pubblico" in senso lato (cioè nel senso della "opinione di gomma" di cui sopra). Ciò dà origine a una pluralità di significati che rimanda a una pluralità di piani. Riassumendo: prima ancora del riconoscimento dei diritti, che è un capitolo importante, ma che concerne più da vicino la dimensione giuridico-politica, c'è il problema del riconoscimento intersoggettivo. Se lo incrociamo col tema della fiducia nell'altro (' Credito), ne risulta un terreno diverso in cui ognuno riconosce all'altro il suo spazio vitale privato - questo è il "minimo sindacale", ma non è la base di un'etica, bensì è la base del diritto. La specificità dei soggetti "eccentrici" è quella di subire quasi regolarmente gli effetti del non-riconoscimento nelle forme del "disconoscimento", ovvero la negazione di esistenza, oppure del "misconoscimento", ossia la distorsione acritica e violenta dell'identità. Come "soggetti eccentrici" siamo quindi tra i principali protagonisti delle lotte per il riconoscimento presenti e a venire. In termini più strettamente etici, l'idea per cui io riconosco te per quello che vuoi essere, e tu fai altrettanto con me, non sbarra la strada alle interferenze, ma apre lo spazio dell'identità alla dimensione del futuro, e dell'essere altro. In altri termini, ci sono due modelli, uno secondo cui il riconoscimento è essenziale alla stessa costituzione dell'identità personale, l'altro secondo cui esso sopravviene rispetto ad un'identità già costituita (la "proprietà"), che esige di essere riconosciuta.

Sorellanza. (Sisterhood). Che non vi sembri un mero cliché (è anche un cliché) ma quando ci ricerchiamo un nome per "forme di affetto, di socialità, di cooperazione sociale e politica", potremmo soffermarci su questo "mito", la cui genealogia è chiaramente afroamericana, da confrontare con un altro "mitologema" che, sotto il nome di "fratellanza", come concetto sublimato, dall'illuminismo in poi circolò in Europa e in America - e che pure ha una storia. "Sorellanza", per dare uno schiaffo al paradigma (omosessuale e) maschile della socialità intessuta di virilismo, sorellanza in cui anche dei "maschi" possano riconoscersi. La "fratellanza" afroamericana nasce nel ghetto - sempre sarà minoritaria?

Uguaglianza. (' Differenza)


 
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