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20 gennaio 06 - LA NAZIONE PDF
Sunday 22 January 2006
La Nazione 20_01

LA POLEMICA
"Levate quel crocifisso"
Lo stato deve essere laico

I consiglieri comunali hanno invaso l'Anagrafe. Una ventina di attivisti ha attaccato alle pareti volantini di protesta. I vigili e la Digos sono al lavoro per valutare se c'è stata interruzione di servizio. La presenza del crocifisso in aula è prevista dal Regio decreto del 30 aprile 1924 e da quello successivo del 1928

FIRENZE, 20 GENNAIO 2006 - Il Crocifisso in ogni aula. E il tricolore. E’ la «dotazione» di ciascun istituto pubblico secondo quanto previsto dal Regio decreto del 30 aprile 1924 e da quello successivo, datato 1928. Norme (vedi anche il decreto legislativo 297/94) tuttora operative secondo il Consiglio di Stato. Che, in un suo parere emesso nell’88, fa peraltro riferimento a motivazioni di carattere più generale secondo cui «il Crocifisso a parte il significato per i credenti rappresenta un simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica come valore universale, indipendentemente da specifica confessione religiosa».

Vanno ricompresi gli uffici comunali tra queste strutture pubbliche? No, secondo il Comitato Orgoglio laico che, ieri mattina, intorno alle 11,30, ha inscenato una manifestazione nell’ufficio anagrafe. Ornella De Zordo — capofila alle ultime amministrative della lista di sinistra cosiddetta dei professori denominata Un’altracittà/unaltromondo, che appoggiò il sindaco, ma solo al ballottaggio, e che aderisce a Orgoglio Laico — il consigliere diessino Marco Ricca e Laura Grazzini, ex assessore ai Servizi Demografici ai tempi della giunta Primicerio, poi consigliere di quartiere, hanno guidato una quindicina-venti attivisti fin dentro l’anagrafe.

Obbiettivo: ribadire quella «laicità dello Stato» sancita dalla Corte Costituzionale (sentenza 203 dell’’89) come principio supremo dell’ordinamento italiano: «Il contrasto tra l’obbligo di esposizione di un simbolo religioso come il crocifisso e il principio di laicità è talmente evidente che davvero non ha bisogno di grandi dimostrazioni».

«Interruzione di pubblico servizio»
La manifestazione, però, è sub-judice: per mezz’ora almeno, infatti l’attività dell’ufficio è stata bloccata o comunque rallentata dalla manifestazione. Vigili urbani e personale della Digos hanno ricostruito l’episodio. Raccolte sommarie informazioni da alcuni dei presenti, consegnaranno una relazione all’autorità giudiziaria che dovrà valutare se si è verificato, o meno, il reato di «interruzione di pubblico servizio».

L’accesso è avvenuto nella maniera convenzionale, attraverso il metal detector, secondo alcune fonti dei vigili urbani: «Sono passati alla spicciolata come qualsiasi cittadino per riunirsi nell’atrio di Palazzo Vecchio». Son passati dietro assicurazione dei consiglieri, l’altra versione. Comunque: tutto è stato tranquillo. Come pacifica è stata la manifestazione nell’ufficio. «Gli attivisti — si legge in un comunicato del Comitato — hanno appeso alle pareti dell’ufficio simboli di credenze, religioni, filosofie, ideologie e orientamenti (la dea dei serpenti, un manifesto contro i fondamentalismi, la falce e il martello, Galileo, la nottola di Minerva, il femminismo, l’articolo 3 della Costituzione, il lesbismo, la dea matriarcale mideterranea) per dimostrare che non è possibile, pena il caos, rappresentare attraverso i simboli tutti i cittadini, se non attraverso la laicità. Nessun simbolo religioso nei pubblici uffici significa che le istituzioni sono di tutti, a prescindere dalle loro idee, dall’essere credenti o atei».

Recita l’articolo 3 della Costituzione che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

«Ingerenza vaticana»
Ma davvero l’esposizione del Crocifisso vìola l’equidistanza dallo Stato rispetto alle religioni? Secondo i manifestanti, non c’è dubbio: «Contro l’ingerenza vaticana nella sfera pubblica», si leggeva in un volantino fatto circolare dagli stessi attivisti. Sì anche secondo altri personaggi saliti alla ribalta delle cronache nazionali. Come il giudice di Camerino Luigi Tosti, condannato per essersi rifiutato, a partire dal maggio scorso, di tenere udienze a causa della presenza del crocifisso nelle aule di giustizia. Oppure Adel Smith, il presidente dell’Unione dei musulmani d’Italia, condannato a 8 mesi per vilipendio della religione cattolica: il 15 dicembre 2003 aveva scaraventato il crocifisso appeso sulla parete di una stanza dalla finestra di un ospedale dell’Aquila perché «disturbava» la madre, là ricoverata. Quello stesso Adel Smith protagonista di un’autentica ’guerra al crocifisso’, che chiese e ottenne un’ordinanza di rimozione del Cristo dalle aule della scuola frequentata dai suoi figli. Ordinanza poi revocata dal Tribunale perché è competente il Tar.


Giovanni Spano


 
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